Via Barbaroux, 1940

La lettura dell'interessante articolo di Mauro Brusa sulla seconda battaglia delle Alpi (vedi "Monti e Valli" n. 1/2011) mi ha riportato a quegli anni ruggenti, rituffandomi nell'atmosfera e rivivendo episodi che si possono ricordare perché fanno parte anch'essi, anche se minori, della storia della nostra Sezione. Siamo rimasti in pochi ad averli vissuti, uno di questi era il carissimo Pierin Rotaia (l'ing. Piero Rosazza, dirigente delle Tramvie Municipali, da cui il simpatico appellativo, che ci ha lasciato da poco e affettuosamente ricordato su queste colonne da Irene Affentranger) con cui ho ancora recentemente rievocato quei tempi.

Agosto 1944. In un assolato pomeriggio una cordata risaliva il deserto ghiacciaio del Gigante per ritornare al rifugio Torino, dopo aver salito la Dent du Réquin per la via Ryan-Lochmatter, quando veniva fermata da una pattuglia di maquis: i nostri erano due accademici torinesi, l'avv. Michele Rivero, allora Reggente della Sezione di Torino (dopo l'8 settembre '43 non ci furono assemblee per l'elezione del Presidente sino al '45), e l'ing. Giulio Castelli, impresario edile.
Alla richiesta dei documenti Michele presentò la tessera dell'Accademico e Giulio, nella sua ben nota candida innocenza o forse per beffa (come si permettevano di fermare due bravi alpinisti italiani che tornavano a casa?) tirò fuori la tessera della Repubblica Sociale Italiana: tanto bastò per essere immediatamente portati a Chamonix. La notizia giunse rapidamente a Courmajeur e il Capo delle Guide con il custode del Torino Leone Bron, che ben conoscevano i nostri due, scesero immediatamente a Chamonix e ottennero, con l'intervento determinante dei colleghi francesi, l'immediato rilascio di Rivero. (Il rapporto di amicizia tra guide di Chamonix e Courmayeur nel periodo bellico sono vivacemente descritti da Renato Chabod nel suo bel libro sulla storia delle guide di Courmayeur).    
Per Castelli niente da fare, fu internato in un campo di concentramento vicino al confine svizzero. La prigionia durò pochissimo: Giulio, mentre con altri raccoglieva legna in un bosco vicino, evase ma, raggiunta la Svizzera, fu impacchettato e messo su un treno per l'Italia. Arrivato a Varzo, salì sul convoglio una pattuglia di militi della RSI per controllare i passeggeri, Giulio non aveva più i documenti e nonostante le sue proteste venne spedito a San Vittore dove rimase un bel po' finché non gli fu riconosciuta l'identità e rimesso in libertà. Era davvero divertente sentirlo raccontare la paradossale avventura.
Dopo la caduta definitiva del fascismo, Castelli non ebbe guai di sorta e per noi della SUCAI (faceva parte dei "vecchietti" della SUCAI insieme a Giulio Robino, detto Robi, e Alberto Poma detto Pomino) fu un amico carissimo oltre che maestro d'alpinismo insieme a Palo Bollini, indimenticabili entrambi. Giulio morì l'8 gennaio 1950 nella sciagura della seggiovia di Cesana: al suo funerale, tra l'immensa folla, c'era uno sconosciuto che piangeva come un bimbo, era un internato che Giulio aveva convinto ad evadere con lui.
Michele Rivero morì nel 1971, concludendo una luminosa carriera di magistrato integerrimo presso la Suprema Corte di Cassazione.
Il cassettone. C'è ancora, nell'entrata della sede attuale di via Barbaroux, ex studio dentistico, a destra contro il muro. Nella primavera del '45 si trovava nell'entrata della vecchia sede: vi erano, accuratamente nascosti, un paio di mitra lasciati anche in caso di necessità che per fortuna non si presentò mai. Ai primi di maggio del '45, invece, alcuni partigiani irruppero in sede con l'intenzione di prelevare Rivero, colpevole di esser stato Reggente della Sezione. L'intervento dell'energica segretaria, l'indimenticabile tòta Cesira Trivero spalleggiata da un paio di giovani dell'UNICAI, oggi SUCAI, presenti in sede servì a smorzare i toni bellicosi e la cosa finì lì.

Tòta Trivero (Tòta Cirisira). Un'istituzione. Biellese, carina, energica, intransigente, colta e simpaticissima (con chi le andava a genio...) non si era mai sposata perché "non aveva trovato il merlo bianco", aveva sposato il CAI ed i suoi Soci. Dopo l'8 settembre del '43 molte furono le tessere del CAI rilasciate in segreteria a nomi veri o falsi: l'importante era, per i partigiani, avere un documento d'identità. E, per par condicio, dopo il 25 aprile, alcune tessere furono rilasciate ad ex appartenenti al PNF di provata correttezza che avevano bisogno di un distintivo per coprire l'asola del bavero della giacca, slabbrata dal peso della "cimice", così sottovoce era chiamato il distintivo del PNF, portata obbligatoriamente per tanti anni. Bastava, infatti, quell'asola slabbrata per far correre dei seri rischi, tanto era arroventata l'atmosfera in quei giorni.

La Catone (professoressa Rosetta Catone). Altra istituzione. Presidente a vita della Sottosezione Femminile, l'USSI, acronimo di "Ubique strenua sunt itinera", oppure, come dicono l'abbia battezzata quel perfido toscanaccio misogino, accademico e Socio della nostra Sezione, Franco Grottanelli, "Unione senza speranza imeneo". Sulle donne in montagna si legga il capitolo impietoso "Diotima ovvero dell'Alpinismo Femminile" del suo libro "Ricordi di montagna" (ed. Formica 1930) cui fece da contraltare il primo  capitolo del libro "Pellegrina delle Alpi" (ed. Vallardi 1930, ristampato quest'anno dal CAI) di Ninì Pietrasanta, il cui curriculum alpinistico smentì sonoramente le conclusioni maligne di Grottanelli: le donne sono fiori e perciò si limitino ai prati.
La Catone era energica e determinata nella passione per la montagna, come la Trivero, e creò con la USSI un affiatato gruppo di signorine, alcune assai carine, che guidava su pei monti, anche in escursioni impegnative, in gonna-pantaloni mentre in città era classica la sua tenuta: camicia e cravatta sotto la giacca del tailleur. Fece parte attiva , gia nel '34 e poi nel dopoguerra del Consiglio Direttivo della Sezione alle cui riunioni partecipava assiduamente con autorevolezza e buon senso.
Insegnante di ginnastica alla "Berti", a lei si rivolse, al termine degli studi, una diciottenne dagli occhi cerulei per aver suggerimenti sull'impiego utile del tempo libero: era il 1941 e di svaghi non si parlava proprio. Così la Catone l'indirizzò al CAI: «Va ad aiutare Tòta Trivero». L'accoglienza fu brusca: «Non ho bisogno di nessun aiuto!»; ma poi, dopo aver soppesato attentamente la ragazza, «Va da quelli dell'UNICAI, al fondo del corridoio», disse. Iniziò così l'attività della ragazza: fu la prima segretaria di quella che diventò la SUCAI, stipendiata, in grembiule nero e collettino bianco (75 lire al mese, i soldi finirono dopo due mesi  ma lei continuò, è Socia ancora oggi) teneva incerato il pavimento della saletta della SUCAI e quando pioveva i Soci calzavano le pattine da lei confezionate. E iniziò ad andare in montagna, fu distintivata della "Boccalatte" e fu insignita dai "Vecchietti" del titolo di "Protodonna della SUCAI".

La pineta di Tombolo. Ma cosa c'entra questa splendida pineta vicino a Livorno con via Barbaroux? C'entra sì, perché nell'autunno del '45 vi si aprì una mini succursale clandestina del campo ARAR di Tombolo.
Fin dal giugno del '45 il ministro della Ricostruzione, Meuccio Ruini, del Governo Parri costituì l'ARAR (Azienda Rilievo Alienazione Residuati) con lo scopo di vendere tutto ciò che gli americani non si erano riportato a casa perché antieconomico e tutto ciò che avevano abbandonato i tedeschi dopo la ritirata. Si trattava di una quantità enorme di materiali militari: jeep, aerei e carri armati scassati con montagne di rottami metallici e ancora materiali e attrezzature di ogni sorta: tutto questo ben di Dio, in vendita a prezzi stracciati, fu raccolto in vari Campi e quello di Tombolo era il più vasto.
Un Socio della nostra Sezione, Palumbo Mosca, tipo intraprendente e dalle mille iniziative,  seppe, non so come, che c'era in offerta, come si direbbe oggi, una partita di sci: andò subito a Tombolo e ritornò con un bel carico.
Erano sci di frassino, verniciati marrone, laminati e con attacchi Kandahar, una vera cuccagna; unico neo l'ormai inutile nasello forato in punta che perciò venne rifilato, mi sembra nel laboratorio dei fratelli Ravelli. Qualcuno forse ricorderà che il nasello serviva per agganciare le pelli/tele e per tenere in forma le punte degli sci; Kurz scrive, nel suo "Alpinismo invernale" (pag. 243 della prima edizione italiana), che serviva anche per attaccarci gli sci con un lungo cordino legato in vita e trascinarli su neve dura anziché portarli a spalla (sic).
Così fummo in molti ad entrare in possesso di sci come si deve e a un buon prezzo, Palumbo invece finì che ci rimise di tasca sua perché aveva sovrastimato il numero di acquirenti.

La Biblioteca. Non ricordo com'erano divisi i libri, tra quelli della Biblioteca Nazionale, che era presso la Sezione, e quelli della nostra, fatto sta che quando mi iscrissi al CAI i libri erano già stati tutti trasportati nelle cantine per salvarli dai bombardamenti aerei. Anche i vetri delle finestre erano stati "rinforzati" con larghe strisce di nastro adesivo e quando andavano in briciole per lo spostamento d'aria provocati da bombardamenti erano sostituiti da sottili pannelli di legno compensato con incorniciato al centro un vetro formato A4. Il bibliotecario, cav. Gramatica, piccolino, gentile, cravatta a farfalla e ghette, aveva il suo bel daffare, su e giù per le scale, alla ricerca di libri chiesti in prestito dai Soci. Non so come facesse a trovarli, accatastati nei polverosi scaffali che riempivano le cantine scarsamente illuminate. Mi offersi come aiuto bibliotecario e per svolgere le mie mansioni adeguatamente misi anch'io il farfallino e un paio di vecchie ghette di mio nonno e in cantina nacque la mia passione per la letteratura alpina.

L'usciere. E poi come chiudere senza ricordare il vecchio Benzi? Pensate, il Comune di Torino aveva dato in forza alla Sezione nientemeno che un suo usciere, con tanto di divisa grigia e berretto a visiera con stemma della Città, il sig. Benzi appunto. La segreteria, regno quasi inaccessibile di tota Trivero, non comunicava con l'ingresso e perciò, non essendoci ancora lo sportello tra la stanza e l'ingresso, questo non poteva essere sorvegliato. Ci pensava Benzi, pronto a dare una debole mano alla Trivero, magari per qualche commissione, al cav. Gramatica e anche ai Soci: era molto gentile, servizievole e utile e i Soci gli volevano un gran bene.
Bei tempi!

Renzo Stradella

Foto in alto: l'inaugurazione della sede di via Barbaroux, 5 marzo 1933.