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La Seconda Battaglia delle Alpi ed il rifugio “Torino”

di Mauro Brusa

L'intervento italiano nel secondo conflitto mondiale riguardò inizialmente il fronte africano e l'arco alpino occidentale; le brevi (e inutili) operazioni su quest'ultimo settore sono dette "Battaglia delle Alpi" (10 - 25 giugno 1940, anche se la durata effettiva fu più breve).
In questa fase del conflitto i nostri rifugi non furono interessati dalle operazioni perché ininfluenti nello scacchiere strategico in quanto non in grado di dare ricovero a ingenti aliquote di soldati: a questo scopo rispondevano le numerose caserme nelle varie vallate a bassa e media quota (1), ma alcuni erano stati comunque preventivamente requisiti da tempo in quanto non erano ammesse presenze civili in zona di guerra.
Dopo l'armistizio con la Francia ripresero, in alcune valli, i lavori di completamento delle opere del Vallo Alpino che, comunque, non fu mai effettivamente completato; i rifugi francesi ricadenti nei territori occupati passarono sotto l'amministrazione del CAI Torino.

Le montagne piemontesi e valdostane godettero di un periodo di tranquillità fino all'8 settembre 1943 quando, a seguito dell'armistizio con gli Alleati e al caos che ne seguì, il Regio Esercito si sciolse come la neve al sole e nuclei spontanei di soldati allo sbando trovarono naturale rifugio proprio in montagna dando così inizio alla Resistenza.
Nei diciannove mesi che seguirono le nostre valli furono nuovamente teatro di aspri combattimenti. Dapprima scontri fra le formazioni partigiane e le truppe nazifasciste fra i quali spiccano, per spiegamento di forze, durata o clamore suscitato, l'Operazione "Nachtigall " (il più massiccio impiego di truppe nazifasciste che dal 29 luglio al 12 agosto 1944 operò una pesante controffensiva per riprendere il controllo delle Valli Susa, Chisone, Pellice e Germanasca), la Battaglia di Ceresole Reale (agosto 1944, nel cui epilogo rimase ferito il segretario del PFR Pavolini), e la Repubblica dell'Ossola (9 settembre - 22 ottobre 1944, effimero ma rilevante esperimento di autogoverno delle aree liberate dalle forze partigiane).
Successivamente le truppe italo-tedesche ebbero a fare i conti anche con il ricostituito esercito francese che, invertitasi la situazione operativa rispetto al 1940, premeva al confine per invadere da nord l'Italia con l'obiettivo di annettere, a guerra finita, la Valle d'Aosta e parte del Piemonte. Tale fase del conflitto (agosto 1944 - maggio 1945) viene talora ricordata come "Seconda Battaglia delle Alpi".
In questo contesto si registrano un paio di episodi poco noti, che vale la pena ricordare perché avvenuti entrambi sul gruppo del Monte Bianco e precisamente nelle vicinanze del Rifugio - Albergo "Torino" (2) al Colle del Gigante 3322 m, oggi noto come "Torino Vecchio".

Il rifugio "Torino" nel 1900 ca. (foto: Centro Documentazioe Museomontagna)

Uno è lo scontro a fuoco avvenuto il 2 ottobre 1944 in cui persero la vita tre partigiani francesi ed uno italiano appartenenti ad una formazione che aveva occupato il rifugio per tenere sotto osservazione i movimenti nel fondovalle legati al fronte attestatosi sul Piccolo S. Bernardo. Nella notte una pattuglia di alpini tedeschi (otto uomini ed un ufficiale) si avvicinò indisturbata e a metà mattina, dopo una breve e violenta sparatoria, ebbe la meglio sugli occupanti. L'avvenimento è ricordato da una lapide che si trovava applicata sulla roccia all'imbocco del sentiero esterno che dal vecchio rifugio conduce a quello nuovo. Il manufatto è stato rimosso a fine anni '80 in occasione, mi pare di ricordare, di lavori di messa in sicurezza del sentiero; dopo essere stato restaurato, si trova attualmente applicato al muro esterno del vecchio rifugio, lato ovest.

Dopo la scaramuccia il rifugio fu seriamente danneggiato per renderlo inservibile, ma per fortuna non fu incendiato come invece accadde al “Gastaldi”, che il 2 ottobre del 1944, dopo aspro combattimento con le forze partigiane che vi si erano acquartierate, fu dato alle fiamme da un reparto di Guastatori Alpini del Battaglione “Valanga” appartenente alla Xª MAS; contemporaneamente furono distrutte la teleferica di servizio e le due stazioni.

Il rifugio "Gastaldi" dopo l'incendio

L'altro è il più alto combattimento verificatosi in Europa, avvenuto il 17 febbraio del 1945, quando i tedeschi - dopo essere saliti il giorno prima al rif. "Torino" - cercarono di conquistare il ricovero al Col du Midi, saldamente occupato dai francesi, per prendere il controllo del settore e prevenire eventuali attacchi (Operazione "Himmelfahrt "). Lo spiegamento di forze tedesco, quasi 180 uomini, non passò inosservato ed i francesi ebbero modo di contrattaccare e poi di sistemarsi a difesa, rendendo vana l'azione degli alpini tedeschi che dovettero ripiegare e attestarsi al rifugio "Torino" contando nove caduti e svariati feriti; nei giorni successivi i due schieramenti si scambiarono numerosi colpi d'artiglieria, dall'alto gli uni, da fondo valle gli altri. A fine aprile, a guerra praticamente conclusa, il presidio tedesco del "Torino" si arrese alle truppe francesi.

Soldati francesi al rifugio "Torino"

Dal 31 maggio 1997  una targa in tre lingue, affissa accanto alla lapide menzionata prima, rende omaggio ai soldati di montagna di tutti gli eserciti che si fronteggiarono sul Monte Bianco..

L'epilogo sconosciuto: l'ultima battaglia sulle Alpi

L'argomento non è da confondere con la lotta partigiana e relativa controguerriglia; si tratta, invece, di una serie di episodi («guerra di pattuglie e di cannoni») fatta di scontri, spesso molto duri, tra formazioni regolari (3) dei contrapposti schieramenti, ciascuno con le proprie riconoscibili uniformi.
Recenti ricerche storiche, condotte sulla scorta di documenti in parte inediti, hanno permesso di fare luce su accadimenti sconosciuti ai più.
Il 25 aprile 1945 (liberazione di Milano) è convenzionalmente considerato la data della fine della Seconda Guerra Mondiale in Italia, anche se in realtà le cose non andarono esattamente così in quanto si ebbero strascichi fino ai primi di maggio.

Come accennato, le truppe del rinato esercito francese, guidato dal Generale De Gaulle, tra l'autunno del 1944 e la primavera del 1945 esercitarono una forte pressione sul fronte dell'arco alpino occidentale, presidiato dalle forze tedesche e della Repubblica Sociale Italiana (RSI) che si appoggiarono alle fortezze abbandonate e saccheggiate dopo l'8 settembre 1943, alcune delle quali tornarono protagoniste degli eventi bellici con alterne fortune.
Abbiamo visto che lo scopo dei francesi era penetrare in Valle di Susa e, soprattutto, in Valle d'Aosta per annetterne i territori alla cessazione delle ostilità.

Di questo piano erano perfettamente consapevoli le forze della Resistenza italiana, le quali – ovviamente – non condividevano tali mire ma che, per altrettanto ovvi motivi, non avrebbero potuto opporvisi con le armi.
Si resero quindi necessari dei compromessi. Ad esempio, durante la ritirata delle truppe tedesche dalla Valle di Susa la 12ª compagnia di Alpini del Battaglione “Edolo” (Divisione “Littorio” [4] della RSI, di cui diversi soldati e ufficiali in passato avevano manifestato contrarietà ad essere impiegati in azioni di controguerriglia) si schierò con i Partigiani della 231ª Compagnia della brigata “Monte Assietta” a difesa della diga e delle condotte forzate di Rochemolles per proteggerle dalla furia distruttrice dei nazisti in rotta, che avevano avuto ordine di fare terra bruciata al loro passaggio.
L'eventuale crollo della diga avrebbe avuto conseguenze drammatiche per l'abitato di Bardonecchia.

Ma il fatto più sorprendente avvenne in Valle d'Aosta tra la fine di aprile e l'inizio di maggio del 1945. Per tutelare l'integrità territoriale italiana si giunse ad una inaspettata, incredibile “alleanza” fra i partigiani valdostani e gli Alpini del 4° Reggimento (5) della Divisione “Littorio” promossa dal Comitato di Liberazione Valdostano con il benestare dei servizi segreti statunitensi: in cambio della promessa, poi rispettata, di potersi arrendere agli anglo-americani con l'onore delle armi gli Alpini avrebbero dovuto impegnare e trattenere i francesi sulla linea di confine del Colle del Piccolo San Bernardo fino all'arrivo in Valle degli Alleati. Tale accordo fra i rappresentanti delle forze in campo fu raggiunto il 24 aprile a Chatillon.

Alpini della "Littorio" nei pressi di San Desiderio Terme (Pré St. Didier)

Il 30 aprile gli Alpini del 4° lasciarono le postazioni per radunarsi alla caserma “Chiarle” di Aosta, mentre alcuni artiglieri rimasero in posizione alla batteria di Chaz-Rucà e fino al 5 maggio continuarono a sparare sui francesi con i pezzi da 75/27 raggiungendo lo scopo concordato.
Quegli ultimi giorni di guerra sono ricostruiti, grazie a filmati d'epoca e alle testimonianze di alcuni protagonisti, di entrambe le parti, nel film-documentario del 2010 intitolato «L'ultima battaglia delle Alpi», dei registi Fabio Canepa e Roberto Cena.

Esso non pretende di rappresentare una verità storica univoca e, men che meno, di parte ma vuole sottrarre all'oblio la memoria di fenomeni complessi che lacerarono le coscienze dei giovani di allora e che ancora adesso sono un capitolo di storia da capire appieno.

Il CAI di Torino, a causa degli eventi accaduti nel periodo 1943/'45 perse molti dei suoi rifugi (6) e altri furono gravemente danneggiati; a guerra finita dovette sostenere ingenti sforzi economici, solo in parte compensati dall'apposito fondo statale per risarcimento danni di guerra, per restituirli alla comunità alpinistica.

Note
1 - Vedasi, ad esempio, il caso del Vallone del Galambra (quello del “Levi Molinari”), dove si trovavano le caserme della Guardia alla Frontiera, dotate di teleferica di collegamento in direzione del Colle delle Monache. Gli edifici, recuperati e restaurati, da inizio anni 1970 sono adibiti a colonia alpina estiva.
2 - Inaugurato il 28 agosto 1899 sotto la Presidenza di Francesco Gonella, principale artefice della realizzazione del rifugio, vide la partecipazione di 16 Sezioni (oltre alla nostra) «con 157 alpinisti, di cui 143 effettivamente intervenuti, e così ripartiti: Aosta 5; Bergamo 1; Bologna 2; Brescia 7; Cremona 8; Firenze 9; Friulana 1; Ligure 11; Milano 16; Napoli 2; Roma 5; Schio 12; Sondrio 1; Torino 67; Varallo 2; Venezia 3; Verona 7. Tra le adesioni noto le seguenti: cav. A. Grober, Presidente del CAI; cav. Corrias, Sotto-Prefetto di Aosta; Sede Centrale del C. A. Francese; Sezione di Lione e du Mont-Blanc dello stesso, Comitato Centrale del C. A. Svizzero; Società dei Turisti del Delfinato; cav. Darbelley, Presidente della Sezione di Aosta del CAI». Il pranzo inaugurale fu particolarmente ricercato: «Tutti seduti comodamente alle mense preparate, parte nell'interno, parte sul piazzaletto esterno, possiamo a 3365 metri mangiare su d'una tovaglia, colle salviette di bucato, e con tutti gli accessori consueti. Oh che? non siamo forse in un Rifugio...Albergo? […] Par quasi d'essere ad una di quelle feste dei sobborghi cittadini: non ci manca che la giostra, il ballo ed il giuoco delle boccie. Evidentemente a questo Gonella non ha pensato ancora, ma... in seguito... chissà?».
Così la cronaca dell'epoca riportata sulla “Rivista Mensile” n. 10 del 31 ottobre 1899.

Il pranzo inaugurale (foto: Centro Documentazione Museomontagna)

3 - In realtà, poiché la Repubblica Sociale Italiana non fu riconosciuta a livello internazionale, se non da Germania e Giappone, i soldati della RSI non godevano dello status giuridico di militari.
4 - L'unità fu costituita nell'aprile 1944 inizialmente come “2ª Divisione Granatieri Littorio”; in seguito il 4° Regg.to fu trasformato in reparto alpino in quanto formato per la quasi totalità da elementi provenienti dal disciolto 5° Regg.to Alpini del Regio Esercito. I soldati indossavano, ovviamente, il cappello alpino e le mostrine verdi, queste ultime – però – a tre “fiamme” invece che due.
5 - Elementi di questa unità avevano in precedenza preso possesso del rif. “Regina Elena” in Val Ferret.
6 - Non se ne salvò praticamente nessuno e di quelli andati completamente distrutti furono ricostruiti solo il “Gastaldi” ed il “GEAT Val Gravio”.

Il rifugio "GEAT Val Gravio" dopo l'incendio

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