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Nuvole Barocche, la perla ghiacciata della Valle di Gressoney

di Valentina Saggese con Giampiero Bertotti

ATTENZIONE: la formazione presenta una grossa crepa all'uscita della cascata, si sconsiglia per tanto la ripetizione dell'itinerario

Arrivata in sosta dopo il difficile tiro, mi assicuro e guardo Gian piena di ammirazione per lui e per la sua incredibile capacità. Un’unica candela verticale è racchiusa in quello che sembra un piccolo scrigno contenente un solo gioiello: la perla ghiacciata della Valle di Gressoney.

Nuvole barocche è il nome che gli apritori di questa cascata le hanno conferito; un unico tiro di 50 metri estetico e morfologicamente perfetto. Gian aveva già tentato di salirla in passato, ma arrivato quasi alle sue pendici la trovò incompleta e quindi non scalabile. Questa volta riproviamo insieme, ci svegliamo molto presto, e alle quattro di mattina siamo già in macchina su una strada completamente deserta. Arriviamo a Gressoney ancora con il buio, ci prepariamo e cominciamo a camminare verso la cascata alla luce delle frontali.

L’avvicinamento è faticoso, è necessario battere traccia nella neve inconsistente e soffice, fatica alleviata però dalle ciaspole che indossiamo durante il percorso. Il buio impedisce di capire se stiamo realmente prendendo la direzione corretta, ma a farci da punto di riferimento, la grossa slavina nel canale a fianco che arriva proprio dal pianoro che anticipa la cascata. In un tratto dobbiamo attraversarla, ed è ricca di grossi pezzi di ghiaccio e neve compressa che non facilitano affatto la salita. È la prima volta che provo un’emozione simile durante un avvicinamento: ho paura. Nella mia mente non smetto di pensare che all’improvviso possa scendere una grossa slavina, che possa spazzare via noi e i nostri sogni, che possa separarci, ma mi fido di Gian e del suo giudizio e quindi continuo a camminare senza sosta. Tutto intorno a noi assume connotazioni magiche e silenziose, sento solo il mio fiato e il bramito degli ungulati, i sovrani del bosco.

Superato l’ultimo tratto boscoso, raggiungiamo una radura e poi il pianoro sotto la candela. Manca ancora un’ora prima di raggiungerla e questo genera sconforto in noi… sono quasi due ore che camminiamo su un terreno poco ospitale e soprattutto generatore di tensioni e paure. E allora è in questi momenti che subentra la determinazione, l’entusiasmo, la forza, e la voglia di fare, elementi necessari e fondamentali per poter arrivare oltre le falesie o le facili avventure alpinistiche.

Siamo sempre più vicini alla candela, qui si vede molto bene il percorso della slavina, che ricade esattamente sulla cascata e si sfoga oltre lo strettissimo canale che dovremo attraversare a breve. Cerchiamo di raggirarlo il più possibile salendo sui piccoli versanti attorno, su un terreno misto di neve, ghiaccio e vegetazione stentata. Nello stretto canale c’è parecchio ghiaccio, metto tutta la mia energia e concentrazione per poterlo attraversare in fretta e senza scivolare, sono davvero sfinita.

Ma entrati nello scrigno, sembra davvero di vedere un gioiello al suo interno… la cascata è ancora vergine, e questo renderà sicuramente più difficile la salita ma anche emotivamente più soddisfacente e stimolante. Ora osservo Gian mentre si prepara: in lui una concentrazione che non avevo ancora visto così marcata, non dice una parola, prepara tutta l’attrezzatura in silenzio, i suoi occhi vedono solo la cascata, e le sue orecchie sentono solo il sottile suono di un ambiente così lontano dal rumore.

Affronta nuvole barocche immaginando di essere solo con lei, non ci sono io, non ci sono i camosci, non c’è quel maestoso gipeto che sorvola su di noi come fossimo prede.

Il suo movimento è puro, è veloce, ha una mirabile confidenza con le picche e con il ghiaccio, ma la sua più grande capacità è quella di saper gestire la sua emotività e di sapersi godere questo momento unico.

Scesi con una doppia fino alla base della candela, decidiamo di salire anche la cascata a fianco: “la sveltina”. Questa volta tocca a me, si tratta di un beve tiro di 30 metri di ghiaccio vergine e forse ancora troppo difficile per me. Mentre salgo mi rendo conto del mio attuale limite, ho pensato più volte di non proseguire, ma altrettante volte ha vinto la mia determinazione e una voglia quasi ingestibile di farcela. Riesco ad arrivare in cima nonostante la mia immaturità alpinistica, il poco tempo a disposizione e la tensione che in questa giornata non ha mai lasciato spazio.

Ma questa maledetta tensione non è ancora finita, dobbiamo andare via velocemente, è una zona molto soggetta a slavine e più il sole scalda i pendii e più il rischio si alza. Scendiamo quasi di corsa con le ciaspole ai piedi lungo il pianoro, fino a raggiungere delle baite. Da lì intercettiamo il bosco che mostra nuovamente difficoltà: è piuttosto ripido, accidentato e a tratti presenta zone di neve dura e scivolosa. Insomma una giornata ricca di fatica, tensioni e stanchezza, ma compensata da grandi sorrisi, emozioni e soddisfazioni. Ancora una volta la montagna ci stupisce portandoci con sé nel suo mondo unico fatto anche di fantastici scrigni.

di Valentina Saggese con Giampiero Bertotti

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