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Forever young: libertà, alpinismo e identità che (forse) al CAI non esistono più.

di Flavio Coffano

Se leggete solo articoli di montagna di prime ascensioni assolute, exploit, eccetera… non perdete tempo con questo articolo: è solo la storia di una persona che non conoscete, una delle tante persone extra-ordinarie socie del Cai Torino, una storia di Libertà.

Wally Matteucci, mia nonna, da un decennio chiusa in una RSA a causa della demenza senile, se n’è andata a 98 anni una sera di primavera, dopo una vita libera, fatta di montagna e viaggi in giro per il mondo, in camper e gommone, in epoche in cui noi figli di un’era “comoda” non saremmo nemmeno stati in grado di raggiungere la Liguria.

Wally nasce a Milano, trascorre l’infanzia a fuggire dal regime perchè il papà romagnolo è un convinto anti-fascista. Un giorno, stufo di anni di persecuzioni, il papà di Wally decide di scrivere una lettera al Sig. Mussolini dicendogli in termini eleganti - ma neanche troppo: “Stai per perdere la guerra, hai rotto, lascia perdere me e la mia famiglia”. E così è stato.

La famiglia Matteucci si trasferisce a Torino e Wally scopre le Alpi, quelle vette che da ogni angolo della città profumano di avventura e libertà: vuole scalarle.

Si iscrive al CAI Torino poco più che ventenne e incontra Giorgio: carismatico (fin troppo) ragazzo, figlio dell’alpinismo eroico dell’epoca. Passeranno insieme il resto della vita. Elencare le centinaia di vette scalate, uniti dalla stessa corda, sarebbe banale e altisonante.

Per Giorgio e Wally, la montagna e il CAI Torino, la GEAT in particolare, erano una scelta di vita, una rivendicazione della propria libertà e il Monte dei Cappuccini la loro seconda, o forse prima, casa. Ogni settimana il ritrovo al Monte il mercoledì sera per decidere le gite; ogni domenica la montagna, anche con meteo dubbio; ogni scelta, volta a far parte di quel mondo libero che il CAI rappresentava in quell’epoca.

Torino, anni 50, conclusa l'epoca dei Gervasutti e Boccalatte - la storia la conoscete e se non la conoscete andate a leggerla sulle pagine di Monti e Valli - quel gruppo di ventenni appassionati di montagna porta a termine imprese straordinarie con quattro chiodi e risorse economiche inesistenti.

Quello che non potete immaginare sono i legami indissolubili che nella nostra Sezione si sono creati settimana dopo settimana, vetta dopo vetta, riunione dopo riunione, spedizione dopo spedizione: tra le tante, il Kilimanjaro,  in gita sociale.

Il Club Alpino Italiano, era ed è tutt’oggi, un’associazione fatta di persone straordinarie, che scelgono la montagna come stile di vita, e il nostro Sodalizio come luogo di espressione di libertà e condivisione di valori che, un tempo, si definivano “nobili”.

“La libertà è partecipazione”, cantava Giorgio Gaber e forse molti soci giovani non sanno nemmeno chi è, ma Wally e Giorgio ci credevano, e hanno dedicato la vita al CAI Torino, aiutando a fondare scuole come la Gervasutti e la Mentigazzi.

Per la gloria? No, semplicemente ci credevano. Credevano nel valore aggiunto di diffondere la cultura della montagna tra i giovani per portarli a esplorare un mondo nuovo senza paura, attraverso la formazione.

Questo articolo non è propaganda. Siamo parte di un’associazione che ha cambiato la vita a migliaia di persone da oltre 160 anni: l’unico modo che abbiamo per onorare tutti i volontari che ci hanno aperto le porte delle Terre Alte è credere nei valori di quei ventenni che, reduci da una guerra mondiale, erano ancora capaci di sognare e partecipare attivamente... non semplicemente "condividere".
 


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