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Quota 100, tra neve e sentieri

di Silvia Barbin

L’ampia partecipazione ai festeggiamenti riflette il successo delle storiche Scuole

Giovedì 9 aprile, alle 21.00, al Centro Incontri Monte dei Cappuccini, si sono tenuti i festeggiamenti per gli anniversari di fondazione della Scuola Mentigazzi (2001) e della Scuola SUCAI (1951).
La serata ha visto il tutto esaurito: oltre ai tanti veterani delle due Scuole anche alcuni giovani allievi, entusiasmati dagli interventi degli scrittori invitati che hanno saputo restituire una comune storia di impegno e passione per la formazione alla montagna.

Il Presidente Roberti ha accolto il pubblico e introdotto i saluti istituzionali dei rappresentanti del CAI Centrale, delle Scuole Centrali e degli Organi Tecnici Territoriali, nonché dei Direttori delle Scuole festeggiate.

A Carlo Crovella è stato affidato il difficile compito di ricostruire l’intricata storia di fondazione della Scuola SUCAI, a partire dall’esperienza della Scuola di alpinismo Boccalatte diretta da Gervasutti negli anni Trenta, fino al primo corso di scialpinismo SUCAI del 1951.
Curioso il percorso nell’evoluzione strumentale delle due discipline e nelle loro disparate declinazioni proposto da un travolgente Lorenzo Bersezio. Più intimo ed emozionante il ritratto di Ezio Mentigazzi tracciato da Enrico Camanni che ha saputo coinvolgere la sala nel ricordo di un pezzo di storia del CAI Torino, vissuto in prima persona da molti dei presenti, come le figlie Roberta e Maria Cristina.
Omaggiati con alcuni doni da parte delle due Scuole, i relatori hanno quindi incontrato il pubblico al piccolo rinfresco organizzato nella Sala Uja di Mondrone, brindando a un futuro di prosperità e nuove vette.

Oltre alla celebrazione dei rispettivi anniversari, la cui somma porta a quota 100, e al primato di essere tra le prime Scuole CAI a livello nazionale nelle proprie discipline, SUCAI e Mentigazzi condividono da un lato due storie fatte di passione per la montagna trasmessa a migliaia di allievi e innumerevoli ricordi di passi e cime, dall’altro proprio la scommessa sul loro futuro.
Escursionismo e scialpinismo sono discipline tecnicamente differenti, eppure accomunate da alcuni aspetti. Innanzitutto si tratta di due pratiche non solo ludiche ma anche esplorative, a cui l’uomo ha affidato storicamente oltre che le necessità di sopravvivenza anche la sua tensione naturale per la scoperta di nuovi paesaggi. Sono infatti discipline antiche: camminare è una competenza innata nell’uomo che tuttavia, fin dall’alba della civiltà, si è ingegnato per riuscire anche nella progressione sulla neve attraverso l’uso di attrezzi come le ciaspole ma anche gli sci, che pare fossero usati nelle steppe siberiane fin dal 6000 a.C.

Eppure il Club Alpino Italiano ha riconosciuto e normato lo scialpinismo e l’escursionismo in tempi tutto sommato recenti: è infatti del 1953 la Commissione Centrale per lo Scialpinismo, anche se occorrerà attendere il 1968 per il primo corso istruttori; percorso più tortuoso quello dell’escursionismo che, pur contando il maggior numero di frequentatori - come dimostrano le tante iniziative di natura associativa per la pratica dell’escursionismo, slegate dal CAI e presenti da secoli - vede l'istituzione della Commissione Centrale di Escursionismo solo nel 1989 anche ad opera dell’escursionista per antonomasia Teresio Valsesia, ideatore del trekking più lungo d’Italia, che oggi conosciamo come Sentiero Italia.

Ad accomunarle c’è poi la grandezza della platea di frequentatori in costante crescita, soprattutto dopo la riscoperta del turismo montano di prossimità, a seguito della pandemia. 

Nel recente report del Soccorso alpino sugli interventi eseguiti nel 2025 in ambiente montano si notano due aspetti: diversi interventi sono dovuti a incapacità personali o di valutazione meteo o alla mancanza di attrezzature adeguate, ma ben il 92% degli interventi è stato richiesto da persone che non erano iscritte al CAI.
Una maggiore frequentazione della montagna, in cammino o con gli sci, richiede con urgenza, una sempre più capillare formazione di chi pratica queste discipline, che sono anche un passaggio fondamentale tra nessuna competenza e le competenze più elitarie richieste invece dall’alpinismo.

E per riuscire a rispondere a questa esigenza occorre unire le forze e collaborare tra e con realtà diverse, e discipline diverse - un po’ come è accaduto nella felice esperienza della fondazione della Mentigazzi - per quello scopo comune che è insito nella missione del CAI, e che è diffondere la cultura della montagna, formare ad affrontarla in sicurezza, con uno sguardo sempre più vigile verso la sostenibilità, dato appunto l’aumentare dei frequentatori, facendo rete per renderla accessibile sia nei confronti delle diverse abilità, sia nei confronti di differenti culture, si pensi per esempio a persone che parlano lingue diverse o arrivano da un sistema di valori differente. Non serve pensare a luoghi esotici per incontrare il diverso: è sufficiente iniziare a scendere, non solo metaforicamente, dal “Monte” e attraversare il Po per uscire dalla nostra bolla di montanari; e poi occorre innovare, e diventare attrattivi per i più giovani che hanno energia, nuove idee e maggiore sensibilità verso una società in repentina evoluzione, poiché ne fanno parte e la vivono più di chi - come noi - la domenica scappa in montagna ed evita contatti sociali diversi da quelli con i propri simili.

Ma è altresì importante che le strutture centrali e interregionali che guidano le Scuole Sezionali del CAI continuino il loro prezioso lavoro, con uno sguardo attento non solo ai limiti ma anche alle possibilità delle nostre discipline, affinché tutta la regolamentazione e i programmi siano calibrati in funzione di un pubblico sempre più ampio e vario, ma anche più consapevole - perché le possibilità, più o meno valide, di conoscere e praticare escursionismo e scialpinismo sono molte anche al di fuori del sodalizio - e quindi con sempre maggiori aspirazioni.

Così il giovane studente Gioacchino Monroy di Balboutet al suo maestro, nella seconda metà del XVI secolo:
Quando a inizio dicembre si era posata la prima neve, il giovane Monroy, con il quale avevo già annodato un'amicizia, aveva attaccato sotto i miei stivali invernali una pelliccia di coniglio, sagomandola poi con la suola di cuoio. «Così non scivolerà sul ghiaccio» aveva detto «Ci mancherebbe solo ritrovarci con un maestro azzoppato!». Inoltre, per camminare nella neve alta aveva intrecciato i flessibili rametti dei salici che crescevano lungo il fiume, dando forma a delle strane calzature dalla suola piuttosto ampia. In queste calzature di legno si potevano infilare gli stivali e camminare senza affondare nel manto nevoso. Tra gli attrezzi insoliti che il giovane inventore teneva sparsi nella sua piccola fucina, avevo notato delle spranghette di ferro larghe al centro e ripiegate agli angoli, con degli anelli alle estremità in cui passavano delle corde «Che diavolerie sono?» avevo chiesto, pieno di curiosità. «Si fissano sotto le calzature e poi si legano alle caviglie quando si va in alta montagna, sulle creste, dove il terreno si fa molto ripido. Aiutano a non scivolare sul ghiaccio, che più si sale più si fa duro punto senza le grappe e il bastone ferrato lassù non si può andare. Io invece con queste sotto i piedi faccio le traversate anche d'inverno» aveva concluso, con evidente orgoglio.
«Deve essere molto avventuroso!» gli avevo detto, non nascondendo la mia ammirazione. «Chissà se un giorno riuscirò a venire con te.» 
Lui mi aveva guardato, anzi scrutato, in silenzio, però poi aveva risposto: «Eh, ne deve sapere prima di cose, maestro Guyot... ma sono sicuro che lei sarà disposto a imparare.»
F. Faggiani, Il maestro itinerante, CAI Edizioni, 2025, pp. 55-56.

Imparare, insegnando.
Ecco l’azimut da seguire per il futuro delle nostre Scuole.



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