Montagna, responsabilità e memoria
di Flavio Coffano
Nel ricordare la Shoah, il mondo della montagna non può limitarsi a una memoria astratta o distante. Anche le Terre Alte e la comunità alpina furono attraversate dalle conseguenze delle leggi razziali e dalla violenza della persecuzione. Ma furono anche luoghi di scelta, di resistenza e, in alcuni casi, di salvezza.

Accanto a figure più note come Primo Levi, la storia conserva nomi meno conosciuti, legati al Piemonte, che testimoniano come la montagna sia stata parte integrante di quelle vicende.
Uno di questi è Leone Sinigaglia, compositore torinese di origine ebraica e socio del CAI. Frequentatore assiduo delle montagne del Canavese e delle Valli di Lanzo, Sinigaglia trovò nel mondo alpino una fonte di ispirazione culturale e umana. Le leggi razziali del 1938 lo colpirono duramente, escludendolo progressivamente dalla vita pubblica. Nel 1944 morì a Torino durante un tentativo di arresto da parte delle autorità nazifasciste.
Un’altra figura significativa è Emanuele Artom, nato ad Aosta nel 1915, intellettuale ebreo e partigiano. Dopo l’8 settembre 1943 fu attivo nelle formazioni partigiane operanti in Val Pellice, inizialmente in Valle Angrogna e successivamente in Val Germanasca, dove svolse attività politica e organizzativa in un contesto montano segnato da condizioni di estrema precarietà. La montagna fu per Artom spazio di impegno e responsabilità, vissuto quotidianamente tra spostamenti, rifugi improvvisati e la costante minaccia della cattura. Arrestato a Bobbio Pellice, venne trasferito a Torino e rinchiuso nel braccio tedesco delle Carceri Le Nuove, dove morì nel 1944 in seguito alle torture subite. I suoi diari restituiscono una testimonianza diretta e priva di retorica della vita partigiana in ambiente alpino e rappresentano una delle voci più lucide e dolorose della Resistenza piemontese.
Accanto a queste storie individuali, va ricordato il ruolo svolto da guide alpine e abitanti delle nostre valli, spesso rimasti anonimi, che misero a disposizione la loro conoscenza del territorio per aiutare ebrei perseguitati, antifascisti e prigionieri in fuga verso la Svizzera o la Francia. Senza lasciare testimonianze scritte o riconoscimenti ufficiali, contribuirono in modo determinante alla salvezza di molte vite.

Non solo, la Sezione di Torino ha voluto affrontare in modo esplicito anche la pagina delle espulsioni dei soci ebrei in seguito alle leggi razziali del 1938. A oltre ottant’anni da quegli eventi, la Comunità ebraica di Torino ha ricevuto il diploma di socio benemerito del Club alpino italiano come “simbolica restituzione delle tessere associati ai soci espulsi a seguito delle leggi razziali”. Questo atto è stato definito un momento di riparazione e riconoscimento delle responsabilità storiche dell’Associazione nei confronti di quelle persone e delle loro famiglie, nell’ambito di un percorso di autocritica avviato dal CAI a livello nazionale e locale.

Nel Giorno della Memoria, ricordare queste vicende significa riconoscere che la montagna non fu e non è tutt'oggi un luogo estraneo alla storia, ma uno spazio attraversato dalle stesse scelte morali che segnano il resto del Paese.
Questa Memoria è un richiamo alla responsabilità individuale e collettiva di ciascuno di noi, e alla consapevolezza che l’andar per monti non è mai solo mera pratica sportiva, ma anche relazione profonda con i valori della libertà, della dignità e della solidarietà umana.
Flavio Coffano