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100 anni della Solleder, visti da Torino

di Andrea Giorda

La via aperta da Emil Solleder e Gustav Lettembauer nel 1925 sulla parete Nord Ovest della punta Civetta è sicuramente un capolavoro e una pietra fondamentale della storia dell’Alpinismo. Molto della fama di questa via la si deve ad uno scalatore e scrittore, Domenico Rudatis, nato a Venezia nel 1898 e morto a New York nel 1994. 

Per ragioni di spazio ho venduto da poco la mia grande collezione di libri di montagna, ma il libretto di Rudatis, intitolato Il Riconoscimento e il Regno del Sesto Grado del 1935 -XIII con una dedica di suo pugno “ Con Alpinistica Cordialità a Vittorio Cottafavi” un noto regista della sua epoca, l’ho conservato.

 

Rudatis è un personaggio discusso e anche geniale, si racconta che fu anche un pioniere nella messa a punto della TV a colori, ma a noi interessa il fatto che nel libretto del 1935 specifica cosa si intende per via di sesto grado. Si son fatti fiumi di parole a riguardo, ma per quanto sto per raccontare è interessante che La Solleder – Lettembauer, in Civetta, sia definita come esempio specifico di via del massimo grado.

Noi siamo abituati ora a valutare un singolo passaggio e il grado più alto da il grado alla via.

Per Rudatis, una via, per essere di sesto grado, deve avere caratteristiche di estrema lunghezza, difficoltà continue, ambiente severo e tanto altro.

Rudatis, testimone e alpinista dell’epoca, si inserisce in un discorso anche più complesso, da poco era finita la prima guerra mondiale e le pareti dolomitiche erano contese da scalatori di lingua tedesca e italiani. I tedeschi (intesi anche gli austriaci) avevano perso la guerra e anche per rivalsa, non reputavano gli italiani al loro livello ritenendoli incapaci di batterli sui grandi problemi dell’alpinismo.

 

Emil Solleder e Gustav Lettembauer

 

Mi fermo qui con la storia, per dire che nei primi anni ’80 giravo tutte le Alpi a cercare le vie più difficili, ma anche quelle storiche per comprendere e misurarmi con i grandi del passato. La Solleder non era tra i miei progetti, semmai, sempre sulla parete Nord Ovest del Civetta avrei preferito la via più recente dei Viennesi Walter Philipp e Dieter Flamm del 1957, che si diceva sfiorasse il settimo grado. 

La grande pubblicità di questa via l’aveva fatta Messner, che la scalò nel 1969 in solitaria, fu il primo vero successo mediatico del giovane Reinhold, anche perché raccontò che un terribile temporale l’aveva costretto a togliersi i pesanti pantaloni inzuppati, per scalare più agevolmente. Immaginare Messner in mutande, che sfida le intemperie e lotta con l’Alpe non era cosa da poco nel mio immaginario, per non andarci anche io.

Nel 1984, in una mitica campagna di scalate dolomitiche, alla ricerca dei grandi problemi della storia dell’alpinismo, Pietro Crivellaro, le nostre compagne ed io, finimmo inevitabilmente in quel di Alleghe. Nei giorni precedenti avevamo addirittura conosciuto Giovanni Battista Vinatzer, che incredulo ci aveva ricevuto a casa sua, noi a ricordargli le sue formidabili scalate degli anni ’30 come quella sulla sud della Marmolada.

 

Pietro Crivellaro in Dolomiti 1984 con cappello alla Vinatzer

 

Vinatzer ora tornato in auge, negli anni ’80 era stato dimenticato, era un tranquillo maestro di sci in pensione, attorniato dalla sua famiglia, arrivò con noi alle lacrime ricordando i suoi trascorsi di alpinista. Ovvio che al Piz Ciavazes ripetemmo la sua via con le nostre ragazze Anna e Silvia. 

Ma ora eravamo sotto quella che i tedeschi chiamavano la Parete delle Pareti, non a caso, la parete Nord Ovest del Civetta è larga chilometri e alta fino a 1200 metri, nulla di simile in Dolomiti. Pietro mi distrae dalla Philipp- Falmm e mi convince a scalare la Solleder, già, ma io gli chiedo chi a Torino ha scalato la Solleder? Tolto Gervasutti (che era friulano) e nel 1932 era stato respinto a causa di una caduta del compagno, non saprei fare altri nomi. Questo aspetto ci intriga e con una certa superficialità, data dalla nostra abitudine a ripetere in velocità le vie storiche, decidiamo di andare al Rifugio Coldai. 

La Solleder, come mi dice il mio amico e Guida alpina Carlo Giuliberti che ha casa ad Alleghe, in una giornata di sole ora si scala  tranquillamente in maglietta e lui la fa anche con i clienti. Ma la natura di quella parete, fatta di grandi canali, imbuti e rocce non certo delle migliori, fa si che con il brutto tempo diventi un inferno di cascate, pietre che cadono, un posto dove mai vorresti essere e dal quale è impossibile una ritirata.

Nel 1984 a differenza di oggi, non c’erano delle affidabili previsioni del tempo e noi incappammo in parete in una delle peggiori perturbazioni estive che abbia mai visto, con neve e pioggia per due giorni. Non vi è una traccia evidente per salire, puoi anche essere cinquanta metri a destra o a sinistra o addirittura nel canale sbagliato, ci sono pochi chiodi che si perdono nel nulla di chi si è trovato nelle stesse condizioni.

 

Parete Nord Ovest Civetta Andrea con il figlio Phuc

 

Quest’anno ricorrono i 100 anni della Solleder, anzi diciamo pure per intero Solleder-Lettembauer, perché ultimamente il contributo di Lattembauer è stato fortemente rivalutato, portandolo alla pari del suo più noto compagno. 

Una bella iniziativa della Rassegna Triveneta del Cai che ha chiesto a tutti quelli che si sapeva avessero scalato la Solleder in Civetta, di scrivere un breve racconto. Per cui sulla Rivista le Alpi Venete ci sono diverse testimonianze di personaggi più o meno famosi che raccontano la loro Solleder, da Silvia Metzeltin Buscaini a Manrico Dell’Agnola o Ivo Rabanser. 

Andando ad Ovest, non si trovava nessuno, perché la Solleder è come quei romanzi classici che citano tutti ma nessuno ha veramente letto. Per cui da quelle parti si ricordavano un pezzo del 1984 diventato famoso per l’intensità e qualità del racconto di Pietro Crivellaro, intitolato Maledetta Solleder. Pietro raccontava la nostra disavventura che ci ha portato sulla soglia di una morte certa. Il pezzo, che fece incazzare il rifugista del Coldai dell’epoca, perché sembrava parlasse male del Civetta dove lui lavorava, fu ripubblicato anche nell’antologia Montagne di Parole a cura di Gianni Battimelli e Stefano Ardito edito dal CDA. Non potendo ripubblicare quel racconto troppo lungo, Pietro ha chiesto a me di scrivere un breve pezzo sulla nostra tragica avventura del 1984, ecco dunque quanto pubblicato su le Alpi Venete- primavera estate 2025 Overconfidence.

 

Opuscolo di Rudatis sul sesto grado del 1935

 

Quelli che parlano bene, ora, la chiamano OVERCONFIDENCE, ma nel 1984 dicevamo fare il furbo o fare una grande cazzata. Qualsiasi alpinista ha nel suo curriculum un aneddoto dove vi racconterà di aver sottovalutato la montagna, di esserne uscito per miracolo, ed è esattamente quello che è successo a me e al mio amico, grande alpinista, Pietro Crivellaro sulla Solleder-Lettenbauer, sulla parete Nord Ovest del monte Civetta. 

Il nostro curriculum, aveva pochi eguali, un lungo elenco di scalate di altissimo livello. Nel 1981 trai primi italiani sulla Diretta Americana al Dru a misurarci sulla linea di Gary Hemming e Royal Robbins. Proprio nel 1984 avevo terminato con Sandro Zuccon, Sturm Und Drang, una via nuova al Becco di Valsoera considerata la via più difficile del Gruppo del Gran Paradiso e, per le difficoltà di proteggersi, liberata integralmente solo nel 2019 da Federica Mingolla.

Pietro si era appena fumato, in velocità, quasi tutta da primo, la Vinatzer in Marmolada in compagnia della cordata Alessandro Gogna e Annelise Rochat. Venivamo dalle Alpi Occidentali, ma sapevamo che le Dolomiti non sono dei paracarri, come qualcuno sconsiderato le ha definite, ma montagne molto serie, fredde e spesso con un tempo infame. Ma chi sbriciola il settimo grado sulla “Fessura della Disperazione” non può temere un vecchio sesto grado del 1925! L’idea di scalare la Solleder è di Petrus (Nomignolo di Pietro) come non seguirlo, ho letto e riletto le parole di Rudatis, “Il  primo tipico e perfetto sesto grado realizzato nelle Dolomiti”. 

Usciamo dal Coldai il 10 agosto con tempo bello, lasciando le fidanzate come per una formalità, leggerissimi, io con una tuta di tela da meccanico e una giacca a vento, Pietro neanche il casco, perché ha appena intervistato Vinatzer per la Rivista della Montagna e vuol scalare col cappello di feltro come faceva lui. Arrivati alla base sentiamo un rumore come di un Tir che scala le marce, alziamo a testa e un masso grosso come una Fiat 500 si schianta vicino a noi. Imperturbabili scaliamo veloci lo zoccolo e arriviamo al passo chiave, che non è come ce lo aspettiamo, la roccia è friabile e una grande defecazione umana ne difende la partenza. Ci accorgiamo presto che la parete non è in condizioni e la roccia non è quella della Marmolada, tra una scarica di pietre e l’altra che vengono dal Cristallo, saliamo comunque rapidi, non ci accorgiamo che il cielo si chiude, prima pioggia poi grandine fitta, siamo troppo alti non possiamo scendere, la parete assume un aspetto pauroso cascate ovunque, massi che cadono, ghiaccio….leggeremo poi che Rudatis paragona il brutto tempo sulla Solleder, pericoloso come un bombardamento della prima Guerra Mondiale. Ci fermiamo sperando in un temporale estivo. Ma arriva la notte e la neve e siamo entrambi appesi ad un solo excentric a faccia in giù, in un posto scomodissimo senza nessun riparo e 600 metri di parete sotto i piedi. Ancora oggi ho quella fotografia in mente, al mattino siamo riemersi dalla neve vestiti di nulla, fradici e congelati, cascate d’acqua e ghiaccio ovunque, nessun segno di chiodi o di linea da seguire. Non so come abbiamo trovato le forza di fare quei 600 metri rimanenti, pattinando sul ghiaccio nella bufera con le scarpette, assicurazioni inesistenti, nebbia. Il trauma è stato così forte che ricordo che ero sereno, concentrato, ma avevo la certezza di morire, in cuor nostro sapevamo che in quelle condizioni uno scivolone, il freddo o una scarica di sassi erano le nostre opzioni. Come attraversare l’autostrada bendati.

Petrus di solito loquace era muto, concentrato, anche lui sapeva che stavolta ci eravamo messi nei guai veri, ma mai ho visto la disperazione nei suoi occhi. Ci guardavamo e bastava a capirci. Quando ormai la parete sembrava finire mai, nella nebbia siamo sbucati in cima, ci siamo buttati nella neve sfiniti, avevamo superato il limite della vita, le forze fisiche erano finite da tempo solo la resilienza e una intesa forte, umana, con il mio grande amico Petrus mi permette ora di raccontarla.

 

Andrea Giorda Caai/Alpine Club UK

Rivoli 23/01/2025


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