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27esima edizione Premio SAT: intervista a Roberto Mantovani

di Jessica Pedone

“Collaborare con il Museo della Montagna mi ha regalato la consapevolezza che per fare il mio lavoro non bisogna mai smettere di studiare”, Roberto Mantovani

Durante la 27esima edizione del Premio SAT, svoltasi a inizio maggio a Trento, è stato consegnato un riconoscimento a coloro che si sono distinti in tre categorie: l’alpinista Roberto Mazzilis per l’attività alpinistica, lo storico Roberto Mantovani per la produzione scientifica e letteraria e l’agronomo solidale Gianni Rigoni Stern per l’attività sociale.

Per l’occasione, abbiamo avuto il piacere di intervistare Roberto Mantovani, definito “anima strutturale della cultura della montagna”, che “nelle pagine del suo lavoro ha sempre introdotto passione, competenza, discrezione, solidità nelle concezioni e prese di posizione” e collaboratore da anni del nostro Museo Montagna.

 

Che cosa rappresenta per lei questo premio?

Riceverlo è stato un onore, mi ha fatto molto piacere, anche perché ho una grande stima per la storia della Sat, per il suo impegno e per il suo lavoro. E poi alla SAT ho anche degli amici con cui nel recente passato ho realizzato alcuni progetti importanti.

 

Lei ha collaborato con il Museo Nazionale della Montagna. Cosa le ha lasciato questa esperienza?

La consapevolezza che per fare il mio lavoro bisogna studiare, continuare a fare ricerca, approfondire. Nei miei anni al Museo ho avuto l’opportunità di lavorare su documenti storici di prima mano, addentrarmi in storie e vicende che conoscevo solo in parte. Mi è stata data la possibilità di lavorare sulle fonti documentali in un modo diverso da com’ero abituato, e di questo sono davvero grato. Inoltre, il lavoro al Museo mi ha spalancato le porte del mondo delle grandi montagne dell’Asia, dell’Africa, del Sud America. Per la mia formazione è stato un periodo molto importante.

 

Qual è il progetto a cui è più legato?

Per quanto riguarda le esperienze al Museo, mi piace ricordare il lavoro svolto per l’archivio Bonatti. Un’esperienza davvero unica. E poi vorrei ricordare le ricerche e le mostre sulle avventure del duca degli Abruzzi. Ma sarei poco sincero se non aggiungessi che ci sono stati anche altri progetti del Museo Montagna che mi hanno coinvolto a fondo. Su un altro fronte, una vicenda che ha catturato tutte le mie energie è stata quella sfociata nel libro sulla scoperta e sull’esplorazione dell’Himalaya, uscito per Mondadori Electa nel 2010 e che ho firmato assieme a Kurt Diemberger.

 

Prima che scrittore, giornalista e storico lei è stato un escursionista, un alpinista e uno sciatore. Cos’è per lei la montagna?

Una compagna di vita. Un luogo da cui riesco ad attingere senso e autenticità, due pilastri della mia quotidianità e, insieme, due elementi indispensabili per immaginare un orizzonte dell’esistenza. Non potrei farne a meno.


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