img
img

In una notte di quarantena...

di Gianluca Menichetti

Stasera sono più sereno, sarà la corsa e il primo ingresso nel parco a cui son tanto legato.. O saranno i dati positivi che iniziano a mostrare una ritirata del mostro.

Esco sul terrazzo apro la veranda e vorrei abbracciare la comunità. Tutti coloro con i quali ho condiviso lo stesso cielo per giorni interminabili. Non è finita questa scalata ma forse un po' di vetta si intravede.

Così penso agli amici e ai mondi di cui ho fatto parte e di cui mi son sentito partecipe, alle mie piccole e grandi comunità.

Oggi ho voglia estrema di montagna. Sarà l'aria, il tepore di maggio, le vette ancora innevate in lontananza come sogno irraggiungibile: sogno torrioni e discese, pendii e canali, arrampicate e sciate su quella neve primaverile che solo chi fa sci alpinismo può avere nel cuore.

Il mio pensiero così va a tutti coloro che in questi anni mi hanno permesso di tornare alla mia passione riconducendomi a quell'amore che avevo sin da piccolo. Immagino quelle foto di quando già dopo pochi mesi frequentavo le terre alte grazie ai miei genitori.

Grazie allo zaino per bambini del mio babbo, grazie alle giornate passate in quella piccola borgata di montagna del Piemonte. E ricordo poi la passione che avevo da bambino e adolescente per le cartine di montagna, per l'altitudine e i barometri. Mio nonno mi regalò il mio primo barometro altimetro a 14 anni. Insomma ero rapito dal fascino di quelle terre...

Poi mi son un po' allontanato ma si sa certi amori fanno giri immensi e poi tornano. Così pian piano tornai, soprattutto quando mi ritrasferii a Torino. Purtroppo la vita non va come sognamo e spesso non va come immaginiamo. Una oscura presenza mi afferrò gambe, vista, schiena e la mia vita cambiò drasticamente.

Iniziai a conoscere altre vette quelle delle sfide per la vita. Mi ritrovai ingabbiato in un fisico devastato dalla malattia. Tanti ricoveri, tante terapie, un pezzo per volta che perdevo sul campo di battaglia con un mostro più grande di me. Furono anni devastanti e difficili.

Nonostante tutto lo sguardo era rivolto là alle terre alte. I miei per farmi riprendermi mi portavamo a Prali. Prali e l'Umbria erano i miei rifugi per ricostrirmi dai bombardamenti. Rinascevo sempre e ripartivo.

C'è stato un momento dove la ripresa era stata sostenuta prima di una nuova rovinosa caduta di due anni. Li vissi la montagna in modo intenso ma con la bava alla bocca, intrapresi i sentieri con gli occhi della sfida e della rabbia più che con la passione. Tutto era sfida.

Così la montagna mi diede più volte schiaffi sonori. Non mi permise di andare oltre. Finii pure in pronto soccorso e in prognosi a Pinerolo per una caduta rovinosa  trasportato dal soccorso alpinino con urgenza.

Passarono altri due anni di sofferenze perché la bestia tornò ancora più arrabbiata e furiosa decisa a distruggermi. Cambiai terapie, andai a Milano e pian piano tornai a rinascere.

Passo, mezzo passo tornai allo sport con una caparbietà che pensavo di perdere con il tempo e che invece non mi aveva mai abbandonato. Mi decisi di rialzare lo sguardo alle vette e ai sentirei.

La vita e la montagna stessa mi fece conoscere un istruttore del Cai. Non ci pensò su troppo e mi prese con sé, facendomi apprezzare e ammirare le piccole cose.

Pian piano mi rimise in piedi e mi portò in tante escursioni con la calma e la delicatezza delle persone grandi, che appaiono poco ma hanno un cuore immenso. Ruben Ferrarotti per me divenne un maestro, un amico, un punto di riferimento.

Fu lui a darmi la possibilità di entrare nella scuola di escursionismo del Cai Torino, la prestigiosa Scuola di Escursionismo E. Mentigazzi.

Iniziai con loro a muovere i primi passi imparando ancora meglio ad orientarmi, a conoscere davvero la montagna e la sua vita.

Mi insegnarono ad amare la montagna tramite il rispetto per essa, tramite l'amore e la sua conoscenza. Feci il corso base, la passione mi divorava, riuscii con grinta ad accedere al corso invernale, a frequentare le terre alte con le ciaspole, a vivere quel mondo innevato con la meraviglia di un bimbo.

Io amavo e amo la neve in modo viscerale, sciare era una passione forte che ha sempre bruciato ma non conoscevo la bellezza del mondo innevato dell'alta quota così. Cercai di imparare ogni singolo aspetto che gli istruttori cercavamo con amore di darci.

Terminai anche il corso invernale con la gioia di quando ero bambino. La scuola di escursionismo era composta da uomini e donne di grande dignità e di gran valore. Mi presero letteralmente per mano e mi permisero di conoscere questo mondo con gli occhi dell'amore e non della sfida.

Il fisico cambiava, tornava ad essere forte camminata dopo camminata, salita dopo salita. Arriva il corso avanzato, un inizio di alpinismo. Il mio cuore esplodeva di voglia ma la paura di non accedere al corso era tantissima, i posti pochi e la mia storia non era incoraggiante.

Invece mi trovai dentro. Fu il culmine della gioia e della soddisfazione. Fu un corso straordinario, vette e salite con picche e ramponi, le prime cordate, le prime scalate che terminavano sempre con le mani immerse nel cielo e il viso rigato della lacrime.

Furono momenti pazzeschi che mai avrei immaginato di vivere. Eppure grazie a uomini come Francesco Castelli e Roberto Miletto e tanti altri ebbi la fortuna di viverli intensamente.

Se si potessero tatuare quelle sensazioni ne avrei il corpo ricoperto. Mi hanno regalato la gioia di tornare ad un amore immenso ma soprattutto mi hanno permesso di capire la differenza tra passione, amore ed esalazione e presunzione.

Così pian piano grazie a questi punti di riferimento il Cai divenne la mia piccola grande famiglia. Conoscevo persone, idoli, miti e la voglia di non fermarmi mi permeava ovunque.

Fare parte di una comunità così era sempre più un vanto ma soprattutto era un modo di sentirmi vivo e di condividere l'amore con chi mi capisse.

Gli insegnamenti furono tanti e importanti e mi servirono tante volte in altre situazioni. Il fisico migliorava ancora e la voglia di alzare il grado mi fece conoscere altre realtà. La Scuola di Alpinismo G.P. Motti e la Scuola Gervasutti passando dalla Scuola di Sci Alpinismo Sucai.

Avvicinarsi a quei mondi è stato duro. La voglia di dimostrare di esserne in grado si scontrava con le reali mie capacità. Botte, cadute fallimenti. Però la differenza la fanno le persone. La fanno i cuori e le menti.

La montagna è la vita mi diedero alte possibilità ma soprattutto la fortuna di conoscere maestri di montagna ma ancora di più di vita.

Senza dubbio la tenacia non mi ha mai lasciato, l'amore per quel mondo era troppo grande per poter lasciare stare ma sbagliavo ancora una volta i modi, i tempi e mescolavo quell'assurda smania di vendetta e rivalsa, sfida perversa con l'amore. Questo per la montagna non è compreso. Il fisico non regge certe sfide. La montagna va goduta, vissuta a pieno e va conquistata con rispetto e amore.

Gli schiaffi morali arrivarono da maestri di vita che mi insegnarono che la rabbia acceca, la passione invece è anche attesa, lunga, snervante. Mi hanno insegnato anche a rinunciare, a cercare di capire con la mente e con il cuore che ciò che conta è il percorso, non la vetta.

Ci son state persone che mi han preso a schiaffi per aprirmi gli occhi, schiaffi dati con il cuore per spannare l'anima offuscata.

Luca Frisoni fu il maestro di vita che per primo mi insegnò ad apprezzare le sconfitte e a perseguire l'amore con pazienza, solo chi ha in cuore immenso può aver queste capacità.

Imparai i primi passi su roccia, impiegai due anni, le scalate iniziarono ad essere più impegnative e grazie a quegli insegnamenti cercai di migliorare e iniziai a migliorare. Fino ad approdare allo sci alpinismo e alla Gervasutti.

Anche lì il livello fu difficile da raggiungere. La prima prova di sci alpinismo fu un disastro totale, la voglia di mollare era alta ma le parole di Davide Dematteis e Davide Forni furono quella mano che arriva improvvisa.

Grazie a loro non abbandonai quell'ennesimo sogno e sciata dopo sciata, fiducia dopo fiducia imparai a indirizzare sempre meglio i miei passi sia in salita che in discesa.

Le gite divennero sempre più belle e difficili e la sensazione di vivere la montagna in quel modo totalizzante fu esplosiva. Anche lì i loro insegnamenti furono calma, preparazione disciplina, passione e mente. Soprattutto attesa. Nell'attesa approdai così all'ultimo step, ormai avevo iniziato ad amare talmente tanto il nostro mondo che guardai alla Gervasutti come lo step finale di un percorso che nella mia mente e nel mio cuore è il copione di un film.

Il livello era stratosferico mi sentivo piccolo, inadeguato e senza senso tra quelle persone. La sorpresa però fu il risiuscire a superare le selezioni e ad entrare man mano nei corsi della scuola di alpinismo.

Prima roccia, poi ghiaccio, in un ambiente di livello tecnico che mi rendeva piccolo. Inadeguato e nuovamente sconfitto cercavo il metodo giusto.

Mi aspettavo porte chiuse ed invece le porte per imparare l'arte dell'alpinismo erano aperte grazie a uomini e donne speciali da un cuore grande, dalla passione immensa con una  grande voglia di trasmettere l'amore delle terre alte senza pregiudizi né preconcetti. Quel mondo così temuto fu la porta per sognare ancora di più sempre con il senso del rispetto.

L'impegno mi portò così tra le mani di un'altra persona Claudio Sandrone difficile da descrivere, un esempio di bravura e umiltà non comuni. Mi raccolse con calma e fiducia, senza pregiudizio come un maestro con un piccolo allievo e ha iniziato a seguirmi lettera dopo lettera..

Da lì è nata una amicizia che serbo nel cuore con affetto immenso fatta di allenamento e stima ma soprattutto di gesti, di presenza e di parole che ti insegnano che il nostro mondo non è solo rocce e ghiaccio ma è umanità.

Grazie a tutto questo che poi l'amicizia vera si è trasformata in un rapporto per me fraterno con chi conosce ogni aspetto di questo percorso e con chi ti sa leggere nel cuore come pochi sanno fare come Martina Brosio. 

Sì, sono stato fortunato. Perché grazie a questo mondo fatto di cadute e sconfitte alternate a quelle piccole conquiste del nulla, dell'inutile (che però sanno dare un senso alla vita intera) son nate nella mia vita amicizie uniche che porto con me... come gioielli preziosi.

Amicizie per le quali farei tutto o molto. Amicizie che vanno oltre la corda perché la corda che sento è nel cuore, con amici come Giovanni Pessiva, Giovanni Ferlisi, amici immensi come Giuseppe Di Geronimo e speciali come Andrea Ubolli.

Ecco cosa è stato per me questo percorso. Una famiglia speciale: della quale sono stato contento ma soprattutto fiero di aver e di far parte. È difficile poter raccontare davvero con le parole ciò che ho provato in questi anni e cosa provo per voi e per il Cai Torino.

Però una cosa voglio dirla. Se ho salvato la mia vita, se son tornato a vivere a pieno, se ho avuto un altro scopo e un'altra occasione è stato anche merito vostro. Avete fatto tanto per me, più di quanto possiate immaginare e per me siete davvero una famiglia importante.

Ecco cosa è essere comunità, ecco cosa vuol dire far parte di qualcosa che senti dentro. Ecco cosa vuol dire per me essere fortunato... e non smetterò mai di dirvi grazie per esserci stati in questo percorso.

Lo dovevo a tutti voi, al CAI - Sezione di Torino e Flavio Coffano: a ciascun amico, istruttore e persona che c'è stata in ogni piccolo o grande momento.

Lo sentivo perché mi mancate e perché non lo avevo mai fatto. Così in una notte di quarantena ho deciso di farlo e di pensarvi...

Grazie di tutto e spero di riabbracciarvi presto sulle nostre amate cime.

 

Gianlu...

Potrebbe interessarti anche:

Cateissard, Foresto storie e magie dell’arrampicata in Valle di Susa

Andrea Giorda

Restrizioni in montagna: quale modello per il futuro?

Carlo Crovella

Storia del Cai a puntate, il tramonto dell'alpinismo eroico

Club Alpino Italiano