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Il cellulare e l'illusione della vita a rischio zero

di Luca Calzolari, Direttore della rivista del CAI Montagne360

Il telefono cellulare è ormai diventato una protesi aggiunta del nostro corpo. Per affermarlo non occorre scomodare sociologi o antropologi. È un dato di fatto. Per capirlo basta guardarsi attorno. In stazione, alla fermata del bus, in coda alla cassa del supermercato. Perfino alla guida. Sono (siamo?) tutti lì, con gli sguardi proiettati sul monitor luminoso e con le dita che scivolano via veloci sulle app. Cosa c'entra questo con la montagna?

Molto. Anzi, moltissimo. Promuovere l'attività in montagna significa educare a valori quali autonomia, responsabilità individuale, accettazione del limite e del rischio. Vivere la montagna significa scegliere la libertà che, come cantava Giovanni Lindo Ferretti, è anch'essa una «forma di disciplina».

Questo parallelo non è affatto casuale. Nello spiegarvi il perché, faccio un passo indietro. Poco più di un anno fa, durante un’escursione in un bosco di Montalto – sopra Stia, in provincia di Arezzo – un gruppo di ragazzi si è seduto su una catasta di legna. Uno di loro, un ragazzino di dodici anni, è andato in cima, ha mosso un tronco e la catasta è crollata travolgendolo. Purtroppo il ragazzo è morto sotto il peso dei tronchi. Una tragedia enorme. Prima di tutto per i genitori, per i quali non esiste parola di consolazione. Ma anche per i suoi compagni e per gli accompagnatori, tra cui c'era una guida di media montagna.

Quella di cui parliamo è una delle gite che da molti anni organizza un circolo Arci del milanese. Sulla vicenda è in corso un procedimento giudiziario, quindi non mi addentro nei particolari. Ma occorre far presente un aspetto. Al presidente dell'Associazione, in quanto rappresentante legale, vengono contestati due fatti: primo, non aver pianificato il trekking assicurandosi che tutto il percorso fosse coperto dalle reti nazionali di telefonia mobile; secondo, che il cellulare fosse solo in possesso della guida e non dei ragazzi. Prima di proseguire, va chiarito che sì, la guida ha dovuto percorrere 500 metri a piedi prima di intercettare il segnale. E sì, i soccorsi hanno fatto fatica per raggiungere il luogo dell'incidente, ma queste cose accadono e chiunque va in montagna lo sa benissimo. Da quanto si sa, il ragazzo è deceduto in breve tempo e probabilmente si sarebbe potuto fare ben poco per evitare il drammatico epilogo. Ma ad accertarlo sarà la giustizia.



Questo episodio ci pone però di fronte a una (doppia) riflessione. La prima è che l'idea di limitare il lavoro delle guide e l'attività di associazioni come la nostra a itinerari in cui vi è copertura della rete cellulare mi appare davvero porre una grave limitazione alla libertà. Non pretendiamo da magistrati e giudici la conoscenza delle tematiche legate alla frequentazione della montagna ma, come sembra in questo caso, demandare alla tecnologia la garanzia della sicurezza è ben altra cosa. Inoltre se passasse questa tesi in un futuro breve vi sarebbe un grave danno per le professioni di montagna. E ancora, al primo grido di “montagna assassina” qualcuno sosterrebbe che l'obbligo dovrebbe valere per chiunque posi piede in montagna. E così ancora una volta vedremmo attaccare e negare il concetto di responsabilità e di libertà individuale, in nome di quel falso concetto di sicurezza propugnato dalla società sicuritaria (si veda “Vietare la montagna? No, grazie!” M360, maggio 2013).

La seconda riflessione riguarda il possesso e l'utilizzo dei cellulari da parte dei ragazzi. Non permettere loro di portare e di usare cellulari in escursione è una scelta educativa, anche del Cai. Ed è sempre condivisa con le famiglie che (ce) li affidano. Sì, in un mondo iperconnesso, fargli prendere una pausa dalla tecnologia, far scoprire altre velocità – quelle del ritmo del camminare – che non siano quelle della rete fa crescere i ragazzi. E inoltre è un elemento di diminuzione del rischio. Cosa potrebbe accadere se “chattassero” o si facessero selfie sui sentieri? Aumenterebbe il rischio di incidenti. Basta pensare al cosiddetto fenomeno dei “selfie killer” e al fatto che l'uso del cellulare è tra le principali cause di gravi, spesso mortali, incidenti stradali. Quindi che la giustizia faccia il suo corso.

Di fronte alla morte di un ragazzino, ogni parola è di troppo. Tuttavia da questo episodio traggo ancora una volta la conclusione che è necessario continuare a insistere con forza sui temi delle trappole culturali (e umane) che nasconde la società sicuritaria – compresa l'idea che la tecnologia sia sempre un salvavita – e il suo falso concetto di vita a rischio zero.

di Luca Calzolari

Direttore di Montagne360

[Photo by Paula Lavalle & Tim Graf on Unsplash]


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